martedì 30 giugno 2009

Pontypool

pontypool poster imagePONTYPOOL
2008, Canada, colore, 95 minuti
Regia: Bruce McDonald
Soggetto/Sceneggiatura: Tony Burgess
Produzione: Ponty Up Pictures, Shadow Shows

Grant Mazzy è un dee jay radiofonico sul viale del tramonto, costretto ad accettare i lavori sempre meno appetibili che gli trova il suo agente. Ultimo in ordine di tempo questa fila di incarichi è la conduzione dello show mattutino della radio di Pontypool, una piccola cittadina dell'Ontario.

Gatti smarriti, fine della stagione della pesca e cori da teatro rappresentano il grosso delle notizie quotidiane e i tentativi di scandalizzare e provocare gli ascoltatori vengono visti molto male da Sydney Briar, la produttrice dello show, mentre incontrano la segreta simpatia del tecnico del suono, Laurel Ann, eroina locale, reduce dalla guerra in Afghanistan.

Le cose si complicheranno molto quando in studio cominceranno a trapelare strane notizie di rivolte in paese: edifici accerchiati da gruppi di persone che balbettano frasi incomprensibili o incoerenti, normali cittadini che si tramutano in feroci cannibali, ragazzini ridotti in stato catatonico, che ripetono un’unica parola in un loop tantrico.

Ben presto diventerà evidente che nella piccola cittadina è in atto una vera e propria epidemia, un virus che si diffonde attraverso parole e concetti e che azzera le comunicazioni fra le persone, creando mortali cortocircuiti nel loro sistema nervoso…

I segnali erano nell’aria da tempo ed era ora che qualcuno cominciasse a raccoglierne i frutti. Peccato che ciò avvenga con una pellicola ben lungi dall’essere perfetta, altrimenti avrei urlato con gioia al capolavoro.
Capolavoro che invece rimane solo concettuale e in nuce e che spetterà a qualcun altro portare a forma completa e soddisfacente.
Ma d’altronde è storia vecchia: anche Elvis ha rubato ai neri, e alla Storia e agli Utilizzatori Finali non importa granché da dove provenga il frutto proibito, finché se ne mantiene stabile e intenso il flusso.

Che la Parola definisca la Realtà e ci dia potere sopra gli Uomini (e ai Demoni) è concetto vecchio e ormai logoro, ma ultimamente si erano addensati, nella mia esperienza personale, vari segni che hanno portato infine all’esplosione di questo Pontypool.
Si può passare dalle esagitate lezioni del Zizek di turno fino alle più ponderate critiche di Galimberti, passando per la neuroprogrammazione e la linguistica, miscelando il tutto con la riuscita pandemia elettronica di The Signal o la paranoia infettante di Bug e i progressi fondamentali della memetica, senza dimenticare eventi solo apparentemente marginali come le tag cloud, i flavor of the month e i vari new black, ma il risultato è sempre lo stesso: i tempi erano ormai maturi perché si cominciasse a riflettere seriamente su possibili scenari di pandemia memetico-verbale.

Ad aggiungere un importante tassello al riguardo ecco arrivare Tony Burgess (non a caso esperto di PNL), che irrompe nel 1998 con un romanzo, Pontypool changes everything, che aveva fatto parlare parecchio per la sua complessità e ambizione e che ovviamente non verrà mai pubblicato nell'Italia degli Epix e delle varie collane vampiriche.
Ovidio e teoria del linguaggio, catastrofismo da pandemia e Noam Chomsky si mischiano nelle ottime pagine di questo autore che ipotizza un virus in grado di cortocircuitare la comprensione, il flusso delle informazioni e riducendoci infine da umani a zombie aggressivi, o meglio, come lui ama definirli, in Conversationalist.

Il contagio si manifesta attraverso tre stadi ben distinti e gli esiti sono sempre catastrofici. Inizialmente l'infetto si blocca su una particolare parole e continua a ripeterla in loop, come a sincerarsi del suo reale significato, quindi il suo discorso diventa incoerente e insensato, infine il Conversationalist assume atteggiamenti aggressivi e violenti, spesso cercando l'impossibile comunicazione e comprensione con/dell'altro divorando la bocca della persona che gli è vicina, come se cercasse di arrivare alla fonte del discorso.

Concetti rivoluzionari nel campo dell’horror che ancora arranca dietro a Romero e ai suoi defunti zombie proletari o a Raimi e le sue streghette, concetti che purtroppo vengono trasposti su schermo con qualche diluizione di troppo dallo stesso scrittore che, a credere alle sue affermazioni, avrebbe scritto al sceneggiatura in sole 48 ore, ispirandosi ovviamente alla radiofonica Guerra dei mondi.

L’idea è azzeccata e il protagonista pure: Stephen McHattie ci ha già donato poco tempo fa un Chet Baker da urlo e ora, voce e volto in servizio costante lungo tutto il film, regge sulle sue corde vocali l'esito dell'intera pellicola e offre una interpretazione intensa, con dei timbri e una dizione che difficilmente potremo scordare.
Bene anche le altre due protagoniste, ottima la scelta di limitare il tutto (per ovvie questioni di budget) al solo studio radiofonico e davvero strepitosi due o tre momenti di contagio.
Non mi viene facilmente la pelle d’oca, ma mentre osservavo alcune vittime incepparsi su parole e concetti ho provato uno di quei rari momenti in cui si teme che la stessa cosa possa accadere a noi e si parte con quel what if che è segno sicuro di come la pellicola stia scavando e portando alla luce nervi pericolosi.

Evitare di parlare in inglese, lingua molto diffusa e in grado di veicolare il virus con maggiore efficacia. Meglio il francese o, ancora di più, i messaggi scritti.
Evitare di pensare o pronunciare determinate parole chiave, quelle più legate alle emozioni.
Fin qui tutto bene e nulla da eccepire: il film scorre a basso livello di gore ma proprio per questo quando il sangue scorre potete star tranquilli che avrà molto effetto.

Dove la pellicola non convince è nello spiegone veicolato dallo scienziato di turno (che infrange due tabù per me tutto sommato ancora importanti, ovvero lo show don’t tell e il deus ex machina) e nella gestione finale della crisi, non tanto per il vaccino in sé, che piace ed è molto in linea con quanto esposto in precedenza, quanto piuttosto per un effetto combinato di caduta della tensione e innalzamento dei toni ironico-umoristici, che portano a un climax assai ridotto e che farà storcere il naso a più di un catastrofista.

Ma, con tutti i suoi difetti, ci troviamo di fronte a un film molto, molto importante per l’horror contemporaneo, che merita più di una visione e che se saprà trovare adeguata cassa di risonanza potrà influenzare più di una pellicola nei prossimi anni.

Shut up or Die.

Kill is Kiss.

Scrivo recensioni tempo troppo prati di maccheroni verde sfumato soffice cuscino soffice seno come cuscino bel sonno bello bello bello bello bello bello hfrhuguge *bmgr£nkjt jk%%ouklòylòàùàò################

Scollegamenti:

Sito ufficiale
Tony Burgess inervista 1
Tony Burges intervista 2
Stephen McHattie

Altri film nell'Archivio Recensioni Cinema

Fmaltio:

14 commenti:

  1. Alcune idee paiono quelle sviluppate, sebbene in tutt'altra maniera, da Neal Stephenson nel suo straordinario "Snowcrash". L'hai leggiuto?

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  2. sulle infezioni memetiche ricordo una storia di ellis presente in Global Frequency, se non sbaglio.

    Cmq Pontypool pare parecchio interessante, thx.

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  3. Adesso me la leggo tutta per bene questa recensione, della cui pubblicazione mi avevi dato segnalazione qualche post fa, dicendomi che il film avrebbe destato il mio interesse. Vediamo un pò. Grazie. A presto.

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  4. Questo lo aspetto con ansia dai tempi della recensione su quietearth. Sai se è prevista un'uscita italiana (ah ah ah a chi voglio fare ridere...) o sono disponibili i sottotitoli?

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  5. Vaul Dweller... Possiamo solo sperare... Per i film in lingua inglese non cerco mai sottotitoli quindi non saprei aiutarti...

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  6. Uh. Letta la recensione. Molto interessante sembrerebbe questo film. Decisamente "lacaniano", poi. Leggendoti mi hai fatto venire in mente un articolo di Massimo Recalcati (analista lacaniano molto bravo e illuminato nel panorama psicoanalitico italico) che mi permetto di consigliarti vivamente. Si trova sull'ultimo numero della rivista monografica "PSICHE", che porta in copertina il tema (appunto monografico) "Mutazioni antropologiche". Recalcati parla di molte cose, tra cui di anoressia eccetera eccetera. Ma pone l'accento -of course- sulle implicazioni che ha il linguaggio nella costruzione della malattia. Tema che investe questo film e lo rende appunto interessante.

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  7. Ma che cazzone panato, questo elvezio. Se "boria" fosse una parola infetta ce lo saremmo giocato da tempo.
    Il film, btw, ha bisogno di tempo e di visioni ripetute per essere compreso a fondo. C'è molto di allegorico e di allusivo, e noi comuni mortali adusi a frequentare i bassifondi dei sottotitoli rischiamo di perderci per strada. Ad ogni modo, a mio giudizio questa pellicola può diventare un cult.

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  8. boriaboriaboria%&bor^^°%%ria######à...

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  9. però ti invidio profondamente... nessuno mi ha mai dato del "cazzone panato": io me ne bullerei tantissimo... :-(

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  10. Eh ou, mai dire mai, prova a chiedere all'Anonimo, magari si inventa qualche complimento anche per te! :)

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  11. Un film intrigantissimo, e il protagonista ha una voce e un volto davvero ipnotico.
    Una volta raccolti i primi echi della catastrofe in corso ho desiderato che il film durasse quanto il Signore degli Anelli e avesse il coraggio di The Mist nell'andare a vedere cosa c'è oltre... poi a metà ho capito che tutto si sarebbe svolto nello stesso luogo e noi spettatori saremmo rimasti un po' a bocca asciutta.
    Questa stranissima epidemia ha così tante implicazioni che avrei voluto esplorarle tutte, invece secondo me il racconto ne intacca solo la superficie... così mi ha dato l'impressione di un'occasione mancata, nonostante il grande potenziale metaforico.
    Mi piacerebbe un remake fatto da un regista in grado di tradurre i simboli in visione.

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  12. Secondo te chi può essere quel regista?

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  13. Bella domanda. Uhm... ci vorrebbe qualcuno a cui i produttori possano affidare budget enormi col minimo rischio. Mi vengono in mente due autori che maneggiano i simboli senza perdere mai il controllo: Shyamalan e Amenabar.
    (Magari sono troppo "apollinei" per i tuoi gusti...)

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  14. Cronenberg, ci vorrebbe Cronenberg.
    comunque sì, un piccolo cult importante. funziona molto più che non sulla carta della recensione, o della sinossi.
    alcuni passaggi sono per me tra i più inquietanti degli ultimi tempi.
    tensione creata con i volti e con le parole: sublime.
    altri cento film come questo, grazie.

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