lunedì 22 giugno 2009

Drag me to hell

DRAG ME TO HELL
2009, USA, colore, minuti
Regia: Sam Raimi
Soggetto/Sceneggiatura: Sam Raimi e Ivan Raimi
Produzione: Ghost House Pictures e varie

Christine, ragazza in carriera che mira a una posizione migliore nella banca in cui lavora, rifiuta di concedere una dilazione del prestito a una vecchia signora che giunge persino a mettersi in ginocchio per di impietosire la ragazza.
Infuriata per l'umiliazione e per il mancato prestito la megera lancia una maledizione.

Entro tre giorni Christine verrà visitata dalla lamia, un demone che trascinerà la sua anima all'inferno: le rimangono quindi poche ore di tempo per riuscire a trovare una soluzione e liberarsi della maledizione.

Attendevo con molta curiosità questo ritorno all'horror da parte di Sam Raimi, da un lato per riuscire a valutare l'evoluzione di un regista che sul mio personale taccuino ha perso negli ultimi 11 anni parecchi punti, dall'altra per avere a disposizione un ulteriore, utilissimo tassello nel comporre il quadro dello stato di salute dell'horror statunitense.

Ne ho ricavato l'impressione di un regista ormai sfiatato, privo della fame necessaria a fornire visioni potenti e feroci, ormai satollo della sua posizione di potere all'interno della macchina hollywoodiana e proprio a causa di questo incapace di graffiare come sapeva fare un tempo.
Simbolo di questo appannamento creativo è anche il catalogo accumulato nel corso degli ultimi anni dalla sua Ghost House Pictures, una casa di produzione che non ha fatto altro che sfornare titoli insignificanti (Rise, The Grudge, i vari Boogeyman) con qualche rara eccezione.

Horrorwood giace in coma, intubata ad arte dalla miriade di produttori che attendono che caschino dal cielo i prossimi Blair Witch Project o Il Sesto Senso, a rivoluzionare e innestare nuova linfa in una situazione che pare disastrosa sia a livello di scrittura che a livello di regia.
E così si mantiene in vita la carcassa a colpi di remake, sequel, prequel, reboot o progetti che cercano di capitalizzare su qualche grosso nome coinvolto.
E tutti questi progetti hanno alla base un minimo comune denominatore difettante: il PG13.

La ricerca del visto che permetta anche ai bambini di accorrere a vedere qualche uccisione e qualche trippa genera sostanzialmente un cinema horror pensato e realizzato per i bambini, di scarsissimo interesse per chiunque abbia più di dodici anni.
Nato come intrattenimento per adulti, in grado di giocare sulle paure e innervare inquietudini, ora l'horror è giocattolo da bambini che, sazi dei robottoni di Bay, vogliono poi spaventarsi (ma non troppo) e ridere (ma mai troppo) con il pupazzo horror di turno.
E lo spettatore dai 14 anni in su di età, che un tempo si nutriva di horror, rimane ora costantemente al palo e insoddisfatto da queste visioni di zucchero filato e caramelle colorate.

PG 13 prima significava “film che ANCHE i bambini possono vedere” ora invece significa “film che SOLO i bambini devono vedere”.

Non c'è nulla che non vada, sulla carta, in Drag me to Hell: un soggetto già rodato e testato da tempo, che buona parte del pubblico ha già conosciuto a menadito in Thinner di Stephen King, una buona commistione di horror e risate, di ironia e gusto del macabro, e una spruzzata di sottotesti vari in grado di permettere anche allo spettatore e al critico bisognosi di agganci alti una buona giustificazione al piacere della visione di budella, mostri e capre sgozzate.

Ma in questo meccanismo oliatissimo viene versata la sabbia del PG 13, della voglia di accontentare tutto e tutti, dell'esigenza di non disturbare le sensibilità, del bisogno di non giocare troppo politicamente scorretto: non ci si può certo lamentare se il tutto si inceppi e ne esca poi fuori un compitino mediocre che pare l'ombra del Raimi di un tempo.

Una delle funzioni principali di questo genere è quella di disturbare, di perturbare, di turbare, di terrorizzare, di far chiudere gli occhi e battere i denti.
E la messa in scena ritoccata, CGIzzata, levigata, bigbudgetizzata, istituzionalizzata non sarà mai in grado di turbare nessuno.
Un po' come il punk targato Sony o EMI e levigato da qualche tecnico del suono compiacente.
I mostri sanno troppo di plastica, la violenza è sempre trattenuta, la risata mai totalmente dissacrante o liberatoria o (ci andrebbe bene anche questa) isterica e schizofrenica.

Drag me to Hell pare un film scritto e diretto da qualche abile yes man cui sia stato ordinato di fare un horror alla Raimi.
Badate bene, non sto certo giocando al "mi piaceva di più il primo disco della band", in casa Malpertuis si amano le evoluzioni e i cambiamenti, tanto per dire ho sempre tenuto su di un piedistallo Cronenberg e l'ultimo suo film mi ha fatto alzare ancora di più quel piedistallo.

Quel che invece non mi piace è l'ammorbidimento, il rilassarsi e l'attestarsi lungo pratiche e ideazioni già conosciute a memoria, il ripetere quel che già si sa fare a memoria ma suonando un pochino meno bene, un pochino meno forte, un pochino meno interessati e vogliosi di esprimere.
L'involuzione personale, o meglio, la mancanza di evoluzione di un autore come Sam Raimi diventa ancora più rimarchevole se la si confronta con i percorsi di alcuni autori quali Guillermo Del Toro o, ancor di più, Mike Mignola che, partito con Hellboy, nel corso degli anni ha studiato sempre più materie sempre più a fondo portando la sua testata a un livello che non ha davvero paragoni con quello di partenza, sia dal punto di vista della profondità dei contenuti che per quanto riguarda lo stile del disegno, segno che non tutti i grandi riposano sugli allori e ripetono se stessi in infinite copie carbone sempre più deboli.

Tutto è approssimativo in una pellicola come questa, dal montaggio (in particolar modo negli ultimi venti minuti) al controllo degli attori passando per la scarsissima cura nell’elaborazione e plausibilità della trama fino a certo rifuggire nell’effetto sonoro per garantire il salto sulla sedia.

E i sottotesti possibili, dalla crisi dei mutui subprime alla vendetta, spaziando per interpretazioni più astruse e ricercate come quella che mette al centro i disordini alimentari della protagonista, sono ovvi, talvolta urlati, sempre poco interessanti e approfonditi.
Le allegorie e i simbolismi dovrebbero esser condotti con mano più leggera, altrimenti ci sentiamo trattati come dei bambini testoni che non sono in grado di capire determinati parallelismi. E anche questo, inevitabilmente, è molto PG13 inside.

Klaatu Barada “Nikto” ne L’armata delle tenebre è stato uno degli anthem del postmoderno: ora che finalmente, dopo tanto dominio, possiamo concederci di criticare tale approccio e che i suoi alfieri in ogni campo non sono più dei santoni intoccabili, anche quanto Raimi ha da (ri)proporci in salsa horror di quel pardigma non ci pare più di tanto coinvolgente o convincente.

L'unico modo possibile per salvare questo film è separare del tutto l'horror dal comico e guardarlo esclusivamente come una commedia di riuscita discreta, con alcune battute che strappano più di un sorriso e i giusti attori per veicolarle. Allora sì, Drag me to hell diventa più che sufficiente, ma nulla più.

Lascio poi fuori dalla discussione il supposto twist finale, altrimenti si scende davvero a livelli mediocrissimi.
Io sono molto scarso a indovinare i twist, ma questo era così telefonato, urlato e sbandierato che ho sperato a lungo si trattasse di qualche ulteriore trucco per distrarre l'audience ed effettuare ulteriori svolte impreviste.
Quando nel finale nulla di tutto ciò è accaduto e Raimi è andato avanti a mettere in scena proprio quello che chiunque aveva visto arrivare da giorni prima, beh, la delusione è stata grande, l'enorme ciliegina marcia su una torta rancida.

Drag me to hell è l'avatar dell'horror-mainstream PG 13, abituatevi al sapore della pappa perché ora che è stata santificata perfino da mastro Raimi ce ne sarà per tutti, per tanti anni ancora.
Quelli che invece ancora pensano che l'horror possa e debba fare altro piuttosto che intrattenere, divertire e rassicurare i bambini, allora dovranno scavare in giro in cerca di qualche altro titolo e stare lontani dalla melassa Ghost House.

Collegamenti:

Sito ufficiale
Sam Raimi
Ghost House Pictures
Lamia
Alison Loham

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Filmato:

20 commenti:

Davide Mana ha detto...

Il trailer sa molto di già visto - non so se sia stato Xena o Spiderman a bruciare Sam raimi, ma un certo tocco sembra davvero svanito.
Che si tratti - come per Carpenter - di un caso di troppi soldi e poche idee?

Preoccupante a questo punto il fatto che il buon Sam stia lavorando su The Shadow, notoriamente il più maledetto eroe dell'immaginario americano.

PS: ma in Drag Me to Hell, c'è per lo meno il tradizionale cameo di Bruce Campbell?

Elvezio Sciallis ha detto...

Sai che ho dovuto controllare su imdb perché non ricordavo di averlo visto e mi pareva strano?
Campbell non c'è, era impegnato con la serie tv in cui lavora, Burn Notice.
In compenso ci sono 6 o 7 Raimi sparsi in giro per la pellicola...

Valentino Sergi ha detto...

Gran peccato...

Fabio Donegà ha detto...

Ci sei andato giù leggerino; nel vedere il finale, con quel brutto effetto CGI riciclato dalla mummia sommersiana, mi si sono imbarazzati tutti i cromatofori. La critica statunitense ne è andata in visibilio ma di DMTH (di cui presto uscirà il prequel FML) urge giusta ridimensionata al passaggio europeo. Benchè sia troppo tardi per salvare l'anima di Raimi, oramai definitivamente trascinata nell'inferno dalla lamia hollywoodiana.

Roberto Orsetti ha detto...

raimi è da tempo che non mi convince, e con questo DMTH si allontana sempre di più. anche io ho apprezzato darkman, al quale sono affezionato come a un vecchio fumetto. propongo di aprire un blog con i le storie, ma soprattutto i finali dei film. mi sarei risparmiato mezz'ora di agonia, o magari anche tutti i minuti intorno. la mia curiosità era proprio quella di vedere se mi avrebbe stupito con un colpo di coda (?), ma mi ritrovo con un pugno di mosche. avanti il prossimo.... sperando che anche il regista abbia da chiedere una dilazione sul mutuo.

sussurro ha detto...

Brutto film.
Raimi è un grande fraintendimento del cinema horror.
Solo il primo Evil Dead, pur non essendo un capolavoro, è degno di nota.

richie dagger ha detto...

per favore, sussurro, non esageriamo! (cit.)

comunque, Ervezio, non avevi da mesi in canna la recensione di feast 3?

Elvezio Sciallis ha detto...

Hai buona memoria, Richie...

Ho vicino al pc un taccuino ove, oltre a fare i ghirigori,segno le cose da fare e Feast 3 è lì... Da tempo.
Da troppo tempo e sto cominciando a dimenticare il film, che comunque mi pare minore rispetto a 1 e 2. Cercherò di scriverne appena possibile, prometto, solo che domani vado a una grigliata quindi no.

Daniele Bonfanti ha detto...

Feast 3 non è male, ma parecchio deludente rispetto al 2, in effetti.

richie dagger ha detto...

io la penso proprio il contrario, invece (cioé il 3 meglio del 2)

ma rimandiamo la discussione a quando ci saranno gli spunti di riflessione (e Ervezio avrà smaltito la colite dovuta alla grigliata)

Elvezio Sciallis ha detto...

Discussione innocente ma che mi ha sollevato più di un dubbio circa il mio metodo. Ovvero, più che altro sulla tempistica.

Come detto tante volte (ma la gente non ci crede), uno dei motivi principali per cui scrivo è per memoria. Io sono quasi del tutto privo di memoria sia a breve che a lungo termine e di persona, dal vivo, sono un disastro: non so parlare, non riesco a formulare i concetti, sbaglio persino gli accenti.

Proprio ieri sera alla grigliata, Daniele mi ha detto una roba tipo "Mi è anche piaciuto XXXX" e io "Ah sì? E che film è?" e lui, sconsolato "Ma se ne hai scritto recensione qualche mese fa!"...

E mi sono messo a rimuginare. Alcune volte, non spesso, vedo un film e poi ne rimando la recensione, la scrivo anche due settimane dopo. Anche di più, suppongo di aver visto Feast 3 circa tre mesi fa, come minimo. Ora dovrò rivederlo per ricordarmi qualcosa oltre l'impressione generale, maledizione, con il risultato di 3 ore passate su un film invece di 1,5.

D'ora in poi mi obbligherò a scrivere la recensione nello stesso giorno della visione.

Ricordo però molto molto bene l penetrazione mostruosa dall'esterno all'interno container, ouch!

Roberto ha detto...

credevo di essere l'unico a dimenticare i film, i titoli, i finali, tanto da dover a volte rivederli, magari saltando parti che mi ricordo. solo in rari casi mi ricordo tutto o quasi. e mi succede anche con la musica. ricordo molto di più un disco del 1975 che quelle del 2001, per esempio. mi sono convinto che dipende un poco dall'età un poco dalla quantità di ca**ate che devo sentire o vedere o subire... non preoccuparti...
...Però Giovanna io me la ricordo
ma è un ricordo che vale dieci lire.
E non c'è niente da capire.

H.Bjorn ha detto...

Ho trovato il primo Feast abbastanza godibile. Ritmo forsennato, un paio di buone trovate e il microcosmo del locale isolato aiuta a massimizzare il ruolo degli elementi di scena. Uno di quei film tamarri (c'è anche henry rollins!) e "ignoranti" nel senso buono del termine. Ma i due seguiti sono di una bruttezza sconcerante, con personaggi così inutili e irritanti (persino per la caratterizzazione del genere)che si spera defungano tutti immediatamente. Stendiamo un velo pietoso sulla piattezza della regia.

lennynero ha detto...

Non riesco veramente a capacitarmi del fatto che critici e presunti spettatori (in fondo chi lo sa chi invia i primissimi commenti su IMDB, che spesso sono entusiastici e sembrano scritti con lo stampino?) abbiano apprezzato un film come DMTH che è di una bruttezza inaudita e imbarazzante. Temevo qualcosa di insignificante, ma qui siamo ben oltre ogni possibile aspettativa negativa. Deve essere uno scherzo, una burla, con tutta Hollywood che congiura per farci credere che questo non solo sia un film horror, ma pure una sorta di rinascita di Raimi e dell'horror a stelle e strisce. Bisognerebbe mettere l'embargo sugli horror americani! Che ci facciano vedere direttamente l'ennesimo Scary Movie! Raimi deve ringraziare che domani mi alzo alle 6 e vado a dormire, se no potrei scrivere una recensione contenente solo invocazioni ai peggiori degli antichi. Ho la mascella incollata al pavimento. Insieme alle palle.

Elvezio Sciallis ha detto...

Ah, ecco! Per fortuna! A leggere le recensioni mi sembrava di essere il solo. E dire che ci sono andato anche molto leggero, per il solito timore di essere reputato un criticone acido...

lennynero ha detto...

Davvero non so che dire. Sto seriamente pensando ad un delirio di massa causato da messaggi subliminali all'interno della pellicola. Fosse per me gli assegnerei uno ZERO sotto QUALSIASI punto di vista. Anche su Rottentomatoes è solo una sfilza di commenti divertiti. Qualcuno ha scritto: Raimi non si è dimenticato come spaventare a morte. Sono recensioni ironiche, non c'è altra spiegazione.

lennynero ha detto...

Ho fatto un giro fra le recensioni. In America sono completamente impazziti, ma evidentemente pensano che l'horror sia rappresentato da telefilm come Streghe, di cui Drag me to hell è degno epigono. I critici italiani entusiasti dei riferimenti alla crisi economica (ma per piacere!), con tanto di disanima che neanche Marx. Poi però se vai a scavare tra i commenti del pubblico sparsi in giro scopri commenti pesantissimi. Uno ha addirittura scritto: "A certe persone bisognerebbe impedire di girare i film". Questo scollamento tra una critica che scambia l'horror con una baracconata per bambini infilandoci intellettualismi inesistenti e il pubblico è preoccupante ed impressionante. Perchè poi a farne spese è il pubblico. Ma come sai io e la critica ufficiale non siamo quasi mai d'accordo! :) Spesso non sono d'accordo neanche con te. :) Leggere aggettivi come divertente e TERRIFICANTE accanto a questo film è oggettivamente incomprensibile. E le spiegazioni che mi vengono in mente sono tutte irriferibili.

lennynero ha detto...

Credo di aver trovato un prima conferma concreta a quello che sostengo, e mi fa piacere:http://www.boxofficemojo.com/movies/?page=weekend&id=dragmetohell.htm

Guardare il calo fra incasso del weekend (dovuto solo ad hype e critiche positive) e la settimana successiva: - 55,5%. Poi -44% e poi - 49,8%. E all'estero ha incassato solo 16 milioni di dollari. Tutti dovuti solo al nome di Sam Raimi, I suppose. Peccato che non sia misurabile così oggettivamente anche il reale indice di gradimento. Certo, siccome il budget è stato ampiamente recuperato la famiglia Raimi sarà contenta, ma che il film sia davvero piaciuto è un altro discorso.

Elvezio Sciallis ha detto...

Sì, c'è sempre più scollamento fra critica e fan/esperti, c'è però anche da dire che a larghe fette di pubblico piacciono cagate come questa o come i vari remake venerdìtrediciosi.
E se sei una rivista o un sito molto grande devi per forza rimanere attaccato a questo carrozzone, ti porta ingressi incomparabili a, chessò, parlare di Mum and Dad o Otto (poi ti maledirò di persona).

Sai, un conto e non essere d'accordo, come capita a me e te su questioni sulle quali a me pare, come dire, possibile essere in disaccordo partendo da una base condivisa e una serie di concetti ormai consolidati, un conto è rapportarsi con queste realtà con le quali ormai sento di non condividere nemmeno la biologia di base...

lennynero ha detto...

Oh, hai visto Otto? :)
Avrei pagato per vedere la tua faccia! LOL

Comunque sono più interessanti i discorsi intorno al film, che sul film (una nullità senza valore).

Appena posso cerco di scrivere qualcosa di articolato.
Vorrei sapere a chi si rivolgono i critici, se sanno di che cosa stanno parlando, che parametri utilizzano, che background hanno.
E per quanto riguarda il pubblico, semplicemente al primo weekend ci casca con tutti i piedi.
Poi chissà come mai la settimana dopo è un tracollo (l'esempio del remake di Venerdì 13 è clamoroso!).

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