RED2008, USA, colore, 93 minuti
Regia: Lucky McKee e Trygve Allister Diesen
Soggetto/Sceneggiatura: Stephen Susco da un romanzo di Jack Ketchum
Produzione: Tenk e Billy Goat Pictures
Red è tutto quello che è rimasto ad Avery Ludlow, il proprietario di un piccola ferramenta in un paesino di provincia.
Sua moglie è morta, i figli scomparsi e l'uomo vive da recluso, fra domeniche passate a pescare, pranzi alla taverna locale e serate in casa a leggere.
Red è il suo amato cane che a 14 anni suonati riesce ancora ad accompagnare il padrone in ogni suo spostamento, a seguirlo fedelmente e svegliarlo ogni mattina.
Un giorno, mentre i due sono a pesca, arrivano tre ragazzi e Danny, il leader del trio, spara senza nessun motivo a Red, uccidendolo.
Inizia per Avery un lungo percorso alla ricerca della giustizia, della redenzione e, più importante di tutto il resto, della verità.
Si scontrerà con genitori peggiori degli stessi figli, con l’ottuso sistema legale e con le manipolazioni della stampa, in una escalation di tensione e violenza che terminerà quando...
Lucky McKee continua a farsi la fama di regista dall’enorme talento ma dalla carriera caratterizzata da grossi problemi produttivi: prima i casini con Il mistero del bosco e ora, senza che si sia riuscita a fare grande chiarezza sulle motivazioni, viene buttato fuori da Red nel bel mezzo delle riprese.
Sparisce quindi anche Angela Bettis, rimpiazzata dalla comunque brava Kim Dickens e dopo qualche tempo viene chiamato a completare la pellicola uno dei produttori.
Con una genesi di questo tipo, tutto ci si potrebbe aspettare tranne che un buon film e invece Red riesce a convincere e ne raccomando caldamente la visione a chiunque sia interessato a qualche serio upgrade morale delle ormai stanche e ritrite vendette private bronsoniano-eastwoodiane.
Stephen Susco mostra abbastanza saggezza nel restare fedele al modello ketchumiano e serve un copione funzionale per una vicenda che brilla più che altro per via delle magnifiche interpretazioni degli attori coinvolti.
Brian Cox sforna la sua migliore interpretazione di sempre, e stiamo parlando di un attore che è in giro dagli anni sessanta, evitando di cadere nelle trappole degli estremi e rifuggendo dall'amarezza e dal cinismo.
Il suo Avery Ludlow mischia stupore (inizialmente per le azioni degli altri, infine anche per le sue) e solitudine e mitiga il continuo e testardo gioco al rialzo nella ricerca di giustizia con ottimi momenti riflessivi (si veda su tutti il suo straordinario monologo nel quale rievoca la morte della moglie) riuscendo, proprio nel finale, a sancire con le poche parole dette alla giornalista, l’enorme differenza ideologica che lo separa dai più facili e scontati Paul Kersey di turno.
A reggere l’ottima prova dell’attore protagonista troviamo sia un Tom Sizemore a suo agio nei panni del redneck arricchito, stupido e violento padre del canicida e l'emergente Noel Fisher nei panni di Danny, bravo a gestire rabbia e malignità, in possesso di un volto naturalmente adatto per una parte del genere, volto che potrebbe portarlo a una carriera fatta di interessanti ruoli da cattivo.
Ed è un bene che il cast riesca a brillare in tale maniera perchè la vicenda talvolta sbanda nei territori della noia per colpa di una serie di loop nei quali si ripetono più o meno immutate le solite azioni (confronto e delusione/sconfitta) che fanno sembrare il film più lungo della sua canonica ora e mezza.
Metteteci dentro anche un inutile e banale subplot con la giornalista locale e vi renderete conto della straordinaria natura della macchina cinema, spesso in grado di coprire i deficit di un settore con i fasti di un altro.
Molto buone sia la fotografia che la colonna sonora, entrambi funzionali e in grado di evitare inutili protagonisti, con le musiche di Søren Hyldgaard che spesso svaniscono per far spazio a un uso interessante dei rumori naturali, talvolta amplificati a voler segnalare uno stato di sensibilità più alto del protagonista rispetto alla massa, altre volte sfruttati per generare flashback sonori che si sovrappongono alla narrazione visiva del presente.
E se alcuni dialoghi suonano sulla carta falsi, messi poi in bocca ad attori del calibro di Cox paiono credibili perle di saggezza yankee.
Violenza quasi sempre tenuta fuori schermo o comunque mai exploitata, livello di sangue e gore praticamente nullo (dovrete accontentarvi di qualche larva sul cadavere di un cane, se siete in cerca di schifezze) e un Robert Englund che continua a non convincere (qui nella parte di un padre white trash) completano il quadro di una delle più interessanti pellicole di genere comparse in questo 2008.
Jack Ketchum sembra voler tentare di seguire la scia di Stephen King, cercando con maggiore decisione il cinema e lasciandosi corteggiare dalla possibilità di allargare il suo parco lettori, a scapito della qualità delle storie che ultimamente sembra leggermente in declino. Nulla di grave, lo scrittore ha stoffa da vendere e ha già dimostrato tutto quel che doveva dimostrare, passare all’incasso è ora sacrosanto e comprensibile.
Sua probabile comparsata, di nuovo come barista.
Collegamenti:
Jack Ketchum
Intervista a T. A. Diesen
Il Cercapadrone
Coxian.com
Intervista a Lucky McKee
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Filmato (spoilerante):




















Visto ieri.
RispondiEliminaSì, anche qui concordo in generale con te, anche se ho trovato più determinanti in negativo sull'economia generale del film i difetti che hai evidenziato (loop, subplot inutile, et cetera) e comunque troppo lento - la prima parte, tra la morte del cane e l'inizio della "degenerazione" delle cose, è davvero pesante.
Vero che tuttavia il film si regge benissimo sulla straordinaria, impeccabile interpretazione di Cox, sulla caratterizzazione etica assolutamente insolita del suo personaggio, e su un realismo antieroico lontano dagli steroidi Hollywood.