THE LOST2005, USA, colore, 119 min.
Regia: Chris Sivertson
Soggetto/Sceneggiatura: Chris Sivertson da un romanzo di Jack Ketchum
Produzione: Silver Web Productions
Ray Pye è un ragazzo prepotente, dall’ego smisurato e con parecchi problemi di gestione delle emozioni.
Mette delle lattine accartocciate dentro gli stivali per sembrare più alto.
E a 19 anni uccide due ragazze per motivi futili.
Quattro anni dopo Ray pensa di aver seppellito per sempre i fatti e continua a lavorare nel motel della madre, sprecando tempo con altri perdenti come lui, maltrattando la sua ragazza fissa e cercando di far sesso con ogni ragazza gli capiti a tiro.
Ma tutto sembra convergere verso una catastrofica crisi: una nuova ragazza, perversa e manipolatrice, entra nella vita di Ray salvo poi rifiutarlo, due poliziotti lo assillano, convinti che sia lui il responsabile di quei vecchi omicidi, l'amante di uno dei due poliziotti, che lavora al motel, resiste a ogni sua avance e la sua ragazza storica comincia a tradirlo con il suo miglior amico.
Abbastanza da far impazzire chiunque, figurarsi un tipetto già sbilanciato come il nostro Ray Pye.
Pare quasi impossibile che Chris Sivertson, il regista di questo gioiellino del 2005 si sia ridotto poi, nel 2007, a girare il pessimo, inqualificabile Il nome del mio assassino.
Poi si scava un attimo nei dati di produzione e tutto diventa più chiaro: il materiale di partenza è puro fulmicotone, uno dei romanzi più insostenibili e duri da leggere di un autore che è già normalmente uno dei più difficili da leggere, Jack Ketchum.
E produzione di uno dei registi più promettenti sulla scena horror, quel Lucky McKee che ci ha già regalato gli ottimi May, Sick Girl e Il mistero del bosco.
E a guardare certo gusto per la composizione del quadro, certa ricerca cromatica e l’uso della colonna sonora viene da pensare che McKee non si sia limitato a metterci i soldini senza mai passare dal set, specie se pensiamo che in seguito è passato a dirigere un altro adattamento da Ketchum, questa volta il romanzo Red.
Eccoci quindi a un film che punta tutto sulla combustione lenta, stemperando la violenza delle prime scene (introdotte da una stupenda camminata nel bosco al ritmo di The pied piper, canzone che chiuderà poi il circolo 120 minuti dopo) in un lungo intreccio centrale dove l’azione latita ed emerge una galleria di personaggi finalmente lontani dagli stereotipi monodimensionali cui ci hanno abituati decenni di brutta cinematografia horror.
Ed è saggia la scelta di concentrarsi su Ray Pye, i suoi amici, le ragazze che conosce e i poliziotti, perchè a conti fatti, quando il ragazzaccio prenderà gli attrezzi da dietro lo specchio, saremo tutti molto più coinvolti riguardo il destino di tutti i protagonisti.
Spazio quindi a una lunga serie di quadretti che sotto più di un aspetto ricordano un Van Bebber meno caotico e più controllato e che brillano per l’azione combinata di fotografia e sonoro.
Zoran Popovic, coadiuvato da scenografia e costumi, gioca con monocromatismi esasperati alternati a desaturazioni (guardate per esempio la scena nella quale il poliziotto interroga la ragazza di Ray, con indumenti e arredo coordinati sul blu/celeste) mentre raramente mi è capitato di ascoltare una colonna sonora così invasiva, ma è sempre un piacere essere invasi da nomi quali Baseball Furies, The Black-Eyed Snakes, The Black Heart Procession, Blood Duster, Boris, Brain Donor, Kaada, Oblivians, Out Hud, Don Piper, The Ponys e Red Red Meat.
Il tutto, naturalmente, aggregato con maestria da Tim Rutilli, se ci riuscite cercate qualcosa della sua band, Califone.
E, ovviamente, riflettori puntati su Marc Senter che vive qui il suo momento, direbbero gli statunitensi, career defining.
Scoppi di furia, camminata sbilenca, make up imbarazzante, tratti affilati, pose alla James Dean dei poveri, il giovane attore (impiegato spesso dal clan McKee-Sivertson, ha recitato anche in Wicked Lake e Il Nome del mio assassino, oltre a figurare in Cabin Fever 2) ce la mette davvero tutta e spesso riesce a reggere il film sulle sue spalle.
Questo ovviamente non deve far dimenticare il fantastico harem di attrici messo in piedi da Dino Ladki: Shay Astar, Robin Sydney e Megan Henning sono brave, belle e sexy, connubio rarissimo nell'era di Angelina Jolie e vederle tutte insieme nello stesso film basterebbe da solo l'acquisto del dvd.
Gli amanti dell’intestino crasso e tenue potrebbero rimanere delusi dalla mancanza di splatter e sangue gratuito ma gli ultimi minuti della pellicola dovrebbero rincuorarli: Ketchum/Sivertson si aggirano dalle parti de À l'intérieur ma il regista sceglie, saggiamente, di tenere il tutto fuori scena, affidandosi al sonoro: due rumori possono essere evocativi quanto mille paia di forbici.
Da noi il film ha fatto la sua comparsata a un Ravenna Nightmare ma in seguito ha lasciato un ricordo sbiadito e poco seguito, davvero un peccato.
E a proposito di comparsate, tenete d'occhio jack Ketchum nella parte del barista!
Piccola grande lezione sia per quanto riguarda l'uso del budget sia per l'investimento redditizio nella costruzione dei personaggi prima di manipolarli per i propri fini.
Da recuperare.
Collegamenti:
My Space del film
Jack Ketchum
Il nome del mio assassino
Intervista a Lucky McKee
L'orrore della porta accanto
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Filmato:




















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