Ho voglia a dire: recensioni di 3 cartelle scarse e morta lì.
Non sempre mi riesce.
La recensione al film in questione è spersa quindi in queste 9 cartelle di materiale, spero abbiate la pazienza di leggere il tutto e scusatemi ancora.
Più passa il tempo più trovo difficile scrivere di cinema come facevo un tempo, non riesco più a bloccare il flusso di pensieri che si scatenano di fronte alle immagini. In pratica sono il contrario dell'homo videns prospettato da Sartori. Di conseguenza sono anche in estinzione, rallegratevi.
Se scritti come questo riescono a far guadagnare anche solo 8 euro in meno alla Fox o spingono qualche lettore a vagare fra i collegamenti e approfondire, non sarà tutto vano.
Sempre meno professionale, quindi.
Per fortuna questa non è la mia professione.
Buona lettura.
BABYLON A.D.2008, USA/Francia, colore, 90 minuti
Regia: Mathieu Kassovitz
Soggetto/Sceneggiatura: Joseph Simas e Mathieu Kassovitz da un romanzo di Maurice G. Dantec
Nell’area sovietica di un futuro non troppo distante Toorop è un mercenario che, come afferma lui a un certo punto, ha ancora le palle ma non ha più l’onore e vive in modo meccanico, di missione in missione, di cinismo in cinismo.
Un potente boss lo convince a portare una ragazza da un monastero locale a New York. In cambio, per Toorop, la possibilità di vivere negli Stati Uniti con una nuova identità, vergine e libero di tornare alla fattoria del padre, per vivere quel che gli rimane in altro modo.
In viaggio con la giovane (Aurora) e la di lei tutrice, una sorella del monastero, Toorop si renderà ben presto conto che la ragazza è ben più di quel che sembra: vede nel futuro e due fazioni avverse (il padre scienziato e la madre a capo di una potentissima organizzazione religiosa) vogliono impossessarsi di Aurora, perché la donna ha in sé il potenziale per generare un nuovo Messia…
Immagino che a questo punto sappiate tutti del giochetto despotico che mamma 20th Century Fox ha riservato a Mathieu Kassovitz: film tagliato di parecchi minuti, ingerenze sul set, ostacoli sparsi durante tutta la realizzazione, regista che disconosce il suo stesso figlio.
Non avrebbe nemmeno più senso parlare di opera di Kassovitz e, come al solito e come si dovrebbe sempre di più, si torna a “parlare di parole”, i mattoni del reale.
Sì, perché Babylon A.D. è occasione troppo ghiotta per una serie di tentativi di ragionamento che attraversano molti, molti argomenti.
Ha senso definire arte un meccanismo come quello cinematografico che è sempre più (ma, si badi bene, lo era fin quasi dalla nascita) in balia di fin troppi fattori diversi, dallo stato d’animo del produttore esecutivo la mattina della scena madre all’affiatamento fra regista e direttore della fotografia o ancora dalle nottate cocainiche della star di turno fino, ahimé, a quanto e come schiamazzano quattro coglioni quattordicenni chiamati ai vari screening pre-distribuzione?
Non sarebbe meglio invece far cascare definitivamente il cinema nel calderone dei vari circensi postmoderni e chiudere la discussione, con buona pace di chi ancora si affanna a combinare qualcosa dietro la mdp?
Sarebbe da preferire la parola découpage per definire il copione e la sceneggiatura, forzando ma nemmeno troppo la mano, alla ricerca di un significante che obblighi il significato abituale a cambiare gradualmente nella mente delle persone.
Perché la parola francese pone molta più attenzione e accento sul montaggio, che è il punto debole di attacco preferito dalle major e il momento in cui si definisce completamente la cifra autoriale del regista.
Il fatto che una major lasci sempre campo libero in scelte quali l’illuminazione, i costumi o gli effetti speciali ma sia poi ossessivamente preoccupata dall’avere potere di vita e di morte sul montaggio la dice lunga su quale sia il momento che più definisce il cinema.
Non c’è nemmeno più bisogno di questionare o far riscrivere uno script, basterà possedere in esclusiva le chiavi della stanza Avid e tutto il resto sarà solo una serie di conseguenze.
Nel momento di massimo splendore (che, mi auguro, segni anche l’inizio della fine) del capitalismo totale anche le major cinematografiche si allineano con il resto delle imprese e attuano gli ormai consueti meccanismi di controllo e dominio.
Sono passati i tempi (se mai ci sono stati, e ci sarebbe da discutere a lungo) durante i quali una ditta vedeva un’altra ditta come concorrente e nemica: ora il nemico è il consumatore e insieme a lui anche i propri stessi soldati, nemico da conquistare e dominare è tutto quel che non è profitto.
Nemico è quindi anche il regista e lo si vince a colpi di dollaroni e contratti capestro.
Nemico è il critico e lo si vince o, di nuovo, a colpi di dollaroni o togliendogli l’opportunità della pre-visione, obbligandolo al venerdì d’uscita come tutti gli spettatori e quindi privandolo di quel minimo residuo di potere che gli permetteva una, di nuovo minima, influenza con le visioni stampa e le recensioni in anteprima.
Cosa da poco, comunque, la critica era già stata annientata da tempo livellando ogni discorso a colpi di “de gustibus, sono tutte opinioni, i critici sono scrittori/registi falliti” e, a tenaglia, il sacrosanto diritto per editori e compagnie cinematografiche di cercare di vendere quanto più possibile, perché sono società che devono produrre profitto e in fondo la cultura è un prodotto come i pomodori.
Fatto accettare al pubblico (e ai critici stessi e tutti gli operatori di settore) questo dato, le battaglie che rimangono sono episodi minori, già vinte.
Ci vorrebbe un esercito di qualche migliaia di Einaudi, Bene e Pasolini sparsi strategicamente in ogni campo per tentare di ribaltare in qualche modo questa cocente sconfitta, non è questo il tempo.
Babylon A.D. sotto tutti questi punti di vista è l’esempio definitivo della sconfitta dell’arte e della cultura di fronte a una macchina così potente, in grado di schierare un volume di fuoco esagerato rispetto alle eventuali voci contrarie.
Ed è comunque, continuando a cercare di ragionare sul cinema, ennesima occasione per ribadire che il testo sul quale operare ogni tipo di confronto critico è quello distribuito in sala.
Si potrà poi sperare, con l’uscita del dvd, in qualche director’s cut giusto per la curiosità di scoprire se Kassovitz si è ormai trasformato da interessante auteur a scadente filmaker, ma non è cosa che appartenga alla critica cinematografica.
Dobbiamo inventare nuove parole all’uopo, altrimenti si rischia di confondere i campi.
Ragionare e criticare in base al dvd è come fare critica sull’e-book e con questo non intendo esprimere giudizi di merito o distinzioni negative/positive.
Ma selezionare le scene, ascoltare il commento del regista, tornare indietro, fare zoom sui particolari è “altro” rispetto alla critica cinematografica come al intendo io.
Così come stare seduto con uno schermo davanti a leggere un e-book, poter fare i conteggi di parole o le ricerche di termini, avere l’attenzione disturbata dal mezzo, poter accedere a risorse all’interno e durante la lettura è tutta altra esperienza rispetto a leggere e criticare un romanzo.
Trovate nuove definizioni e fate le vostre cose, massimo rispetto, ma non mischiate i campi, così da dare piena libertà di scelta a chi vuole evitare determinati fenomeni.
Così, in effetti, non potremo mai sapere cosa avrebbe davvero voluto girare Kassovitz.
Non che abbia molta fiducia in questo regista: nessun cineasta che sceglie deliberatamente di lasciare un sistema produttivo di alto livello e in grado di garantirgli enormi libertà creative come quello francese in favore di un sistema più costrittivo ma in grado di garantirgli più soldi e mezzi non mi interessa.
La considero in partenza una scelta che non può portare a nessuna evoluzione positiva.
E infatti il poco che è possibile vedere e discernere di Babylon A.D. spinge a ulteriori riflessioni, che questa volta partono dal testo scritto e abbracciano in seguito la trasposizione cinematografica.
È un peccato vedere come persone di enorme talento visionario e narrativo come Dantec (si) siano dotate infine dei soliti mezzi di reazione all'angoscia crepuscolare che stiamo vivendo.
Siamo chiusi in un circolo vizioso che ripropone in chiave culturale lo scacco psicologico evidenziato da Watzlawick: posti di fronte a un problema, se la soluzione non funziona ci limitiamo a riproporre la stessa soluzione più forte.
C’è quindi chi, di fronte al crollo verticale dei valori, non sa reagire in altro modo che riproponendo i valori stessi, più forte e in declinazione leggermente diversa.
Ecco quindi il ritorno in salsa 2.0 di Dio/Famiglia/Patria, l’affidarsi alla Scienza/Ragione, il ri-veicolare colossi argillopodalici come destra e sinistra o la gran madre democrazia, il tentare nuovamente con proposte che hanno dimostrato tutta la loro inefficacia (altruismo, violenza, condivisione, razzismo, privatizzazione, statalizzazione…).
Dantec, per sue vicissitudini personali, ha compiuto uno dei percorsi classici, quello fallace e Fallaciano del ritorno alla Religione (cattolica, per giunta!) e qui ahimé ci propone, pur condita da memorabili e stupendi squarci visionari, una medicina per guarire dal nichilismo che contiene in sé il germe di un futuro, ulteriore nichilismo.
Un nuovo Messia, dunque, che ci salverà per poi dannarci ancora di più quando torneremo a scoprire, dopo una boccata d’ossigeno condita d’odio, che Dio è ancora morto, come prima, più di prima.
Servirebbe, di nuovo, la soluzione watzlawickiana del pensare fuori dal box.
Ma se per questioni personali questo può essere sufficiente, su problemi universali o perlomeno occidentali come quelli innervati nel secolo scorso e tutt’ora attivissimi, non basta pensare fuori dal box: serve rifondare un’intera lingua, per armarci dei mezzi capaci di farci pensare altro, di farci letteralmente pensare un impensato/impensabile.
Servirebbe superare la Scienza e la Religione, queste due maledette panacee, e portarci a una rifondazione così ampia e radicale che, per ora, non possiamo nemmeno letteralmente immaginare, appunto perché pensiamo con parole che dettano valori e concetti non più validi.
Impresa arditissima, serviranno pensatori di vaglia, giganti del pensiero proprio in un momento di nani da giardino.
Dantec in questo rimane nano, anche se ha perlomeno lo sguardo abbastanza acuto da puntare il dito e provarci meglio di altri, ma rimane appunto ancorato alle due fedi e lo si vede nei personaggi proposti quali genitori “ideali” di Aurora, ovvero lo scienziato e la religiosa.
Riuscirà il Messia trasportato dalla ragazza (vi risparmio gli spoiler, ma il film/romanzo è carico di simbolismi grevi) a guarire il nichilista Toorop, facendolo tornare ai veri valori e persino al campo di battaglia di questi valori stessi, ovvero la Natura (la fattoria del padre)?
A niente sono servite tutte le nostre esperienze?
Non abbiamo imparato a non affidarci più agli enti? Non abbiamo imparato a criticare la Scienza, non è servito Nietzsche a uccidere dio, non è bastato Knut Hamsun a spiegarci che non si torna alla Natura, alla faccia dei vari Jon Krakauer di turno?
Evidentemente no, e torniamo quindi a girare la merda nei tubi, solo più forte e più vorticosamente, almeno magari funziona questa volta.
Sia chiaro, non che sia brutta cosa.
Perlomeno Dantec nei suoi thriller/sf ci prova e giunge comunque a dirci qualcosa, invece di limitarsi a mettere in pista leoni pulciosi e pagliacci sbracati come possono fare i vari Carlotto, Deaver, Evangelisti e compagnia varia, e in più lo fa con stile e visione titanici, anche se è facile in tempi di nani di gesso, appunto.
Ma sempre girare la merda nei tubi è.
Nulla di male, lo ha già fatto con maggiore fanfara ed enfasi il detestabilissimo Alfonso Cuarón, sarete vaccinati, immagino.
E Kassovitz si allinea riproponendo, nella messa in scena, estetiche sbadigliose che hanno fatto il loro tempo e dalle quali, nuovamente, bisognerebbe distaccarsi per rifondare.
Ecco quindi che torna il despota assoluto della sf, ovvero Blade Runner, riproposto in ricetta Strogonov e, più avanti nella narrazione, fa capolino anche, wow, Matrix perché quando si spara ormai il proiettile deve uscire lento per dar modo di evitarlo e, perché no, condiamo il tutto con qualche tarantinata assortita, specie nelle figure femminili (insopportabile la figura della suora ninja orientale, ma che è?).
E si mettano il cuore in pace i vari cultori della fantascienza scritta: quando dico immaginario alla Blade Runner sto parlando di uno dei più grandi pubblicitari di tutti i tempi, non certo di Dick.
Dick con Blade Runner non c’entra poi molto.
Siamo nel postmoderno, l’estetica e l’immaginario ce le dettano le grandi compagnie pubblicitarie, non certo pittori, scrittori e poeti, andiamo…
Ecco quindi che se mixiamo questa povertà di riferimenti ai tagli disastrosi fatti da qualche burocrate PG13 oriented ne esce fuori un film che non è quasi possibile definire tale, un insieme di scene d’azione carenti di riflessione e motivazione (e quindi incomprensibili), una serie di momenti anche interessanti ma in definitiva slegati e che forniscono una somma inferiore alle singole parti, un film insipido, confuso, veicolante un nulla sotto vuoto spinto.
Ed è un peccato, perché c’erano tutti gli ingredienti per un’opera memorabile. Dalla tematica a certi nodi visivi (il cage fighting, per cui ho un particolare debole, l’inseguimento nella neve, il caosovietico…) passando per un ottimo, ottimo cast.
Quanto spreco.
Chissà come si sentirà il grande Vin Diesel ridotto a macchietta da film d’azione, un Bruce Willis più imbronciato e dalla voce stupenda.
E il personaggio di Charlotte Rampling, come al solito ultrasensuale, un iceberg di cattiveria ridotto a simbolino/funzione narrativa.
E che dire di un Gérard Depardieu che invecchia benissimo e si concede sempre più comparsate gigionesche come in questo caso il suo ottimo Gorsky ?
Tutto sprecato, cacciato nel cesso del “tagliamo perché il pubblico non capisce e si annoia”.
Ringraziamo la televisione e internet per aver pandemizzato l’ADHD e tiriamo avanti, a cercare briciole dove avremmo potuto trovare tavole imbandite.
E in mezzo al disastro le briciole ci sono, ma con quale cuore posso consigliarvi di premiare la politica aziendale e andare a vedere il film in cerca dei brevi squarci?
Loro hanno impostato il tutto come una guerra e in guerra, lo ribadisce la profondissima voce off di Vin Diesel a inizio opera, si tratta di uccidere o essere uccisi.
Andare a vedere questo film, così come pagare per noleggiarlo o comprarlo, equivale a scegliere di farsi uccidere culturalmente.
Liberi di farlo, ovviamente.
Ah, dimenticavo, la 20th Century Fox è pronta a offrirvi Watchmen il prossimo anno, contenti?
(Errata: un amico mi ha fatto notare che Watchmen è Paramount/Warner. Lascio l'errore perchè la sciatteria deve essere punita : mi sono fidato della memoria quando bastavano due secondi per controllare, non ci sono scusanti)
Collegamenti:
Sito ufficiale del film
Kassovitz sul film
VinXperience
Le radici del male
La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo
Homo videns
Filmato:
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Kassovitz sul film
VinXperience
Le radici del male
La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo
Homo videns
Filmato:















5 commenti:
Soldi risparmiati, grazie.
Chissà com'è, leggere le tue recensioni mi concilia col fatto che non vado praticamente più al cinema.
Se vedo bene dal trailer, c'è anche Michelle Yeoh, in questa pellicoluzza.
Insieme con Chow Yun Fat, il più disastroso spreco sistematico di talento mai perpetrato da Hollywood dai tem,pi di Orson Welles.
E Charlotte Rampling!
Io la odio la Fox.
Torno a guardare i miei vecchi film RKO in bianco e nero.
[il tuo testostimola molte altre coniderazioni "pesanti" ma devo lasciarle decantare per un po']
Perché caspita Vin ha quel "sigillo del Necronomicon" tatuato in così bell'evidenza pro-primo piano sul collo?
Nulla di "letterario," è il simbolo perpetuato (o perpetrato) dal bestseller pseudo-esoterico di Simon, uscito nel'77, e debordato ovunque dall'iconografia del "magico" a quella dei giochi di ruolo.
Mah, forse solo un voler disegnare il personaggio come tipo da "tutta una vita nel segno del caos", o un'immagine antitetica, di pretesa individuale ma speculare alla religione di massa degli "altri".
Alla fine, però, gratuita pubblicità per una cialtroneria venduta in malafede.
Il Simon Necronomicon.
Anche noto come Narcocomicon...
Rimane incredibile la quantità di gente che ci crede.
Probabile che il buon Diesel, da veterano giocatore di ruolo, abbia riconosciuto la patacca e ci abbia giocato sopra...
...un sistema produttivo di alto livello e in grado di garantirgli enormi libertà creative come quello francese... ma chi? la francia?
capisco la delusione di Hollywood... ma la francia... suvvia... che il cinema francese sia superiore per idee e mezzi a quello italiano si, ma del resto ci vuole poco...
L'ho visto stasera, sapendo cosa aspettarmi e quindi ignorando gli orribili simbolismi e richiami e cercando soltanto un film d'azione.
Fino a 15 minuti dalla fine, in questo senso, mi ha decisamente soddisfatto. Il cast è ottimo, la regia di gran livello, il ritmo serrato, la fotografia efficace e altrettanto gli effetti e in generale lo stile.
Certo, originalità zero, ma godibile.
Ma poi, dopo il "risveglio" di Toorop.
La conclusione è una delle cose più brutte mai girate.
Davvero.
Orribile.
Che significa?
Un'accozzaglia di scene giustapposte senza nesso. Nessun tipo di chiusura, di confronto.
Lo "scontro finale" sarebbe quella ridicola sparatoria contro le due land rover, dove i "nostri" dispongono di due mezzi blindati?
Dov'è la resa dei conti con la vera antagonista, che sparisce completamente di scena dopo aver catalizzato su di lei l'attenzione?
Dove sono i significati di tutto quello che abbiamo visto durante l'avventura, e che la dovrebbero giustificare?
In generale, non facevo altro che chiedermi: "Ma perché?"
Ma non bene. A volte ti chiedi "Perché" e è bene, è metafisico.
Invece qui è Cose a Caso Fatte Male.
Il finale è evidentemente la parte più mozzata del film.
Perché?
Per chiudere con lo standard di "Evento drammatico strappalacrimuccia senza alcuna ragione" + "Famiglia felice (con chalet svizzero)" + "Promessa di cose belle"?
Sì, ma cazzo.
Sono sconvolto.
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