venerdì 15 febbraio 2008

La strada

Cormac Mc Carthy
La strada
2007 Supercoralli
EINAUDI
pp. 218, 16,8 euro
ISBN 8806185829

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

Non è facile cercare di spiegare l'operazione tentata (con buon successo) da Cormac McCarthy ne La strada, ma vale la pena tentare per far capire come e quanto sia importante un romanzo come questo, così breve, asciutto, essenziale, in un'epoca bulimica di interminabili seghe fantasy o polpettoni pseudostorici senza capo né coda.

Provate a immaginare un muratore che abbia a disposizione solo dei rozzi mattoni di fango lasciato asciugare al sole, qualche manciata di argilla e poco altro. A prescindere dalla capacità manuale dell'artigiano, più o meno alta, buona parte del suo talento, della sua intuizione e/o del suo genio si riveleranno già nella scelta iniziale di cosa costruire con quel materiale. Chi proverà a tirar su un Duomo o una Cattedrale di Notre Dame o andrà incontro a un crollo dell'edificio durante i lavori o, posto che riesca a ultimare il compito, avrà realizzato un edificio brutto a vedersi, inadatto a ospitare gente, destinato a non durare. Chi invece saprà scegliere con cura la forma più adatta saprà, posta una certa abilità tecnica, erigere qualcosa di notevole.

Cormac McCarthy ha ragionato a lungo sulla lingua più adatta per rappresentare, dar forma alla storia che aveva in testa. Quando scegli di parlare di un mondo ridotto in cenere, di una post-umanità che brancola al buio e al gelo con il prossimo eventuale pasto come unica meta, gli errori e le banalità facili a compiersi sono molteplici. Si può cascare nello spiegone e nella didascalia, riempire la pianura di madmaxate più o meno aprossimative, più o meno variopinte, più o meno fantasiose, tutte diverse sfumature di un canovaccio ormai logoro.

Oppure, per contro, si può cedere alla tentazione, all'arroganza del coniare una neo-lingua imbastardendo quella attuale, finendo per rimanere prigioniero di una sovrastruttura che, da semplice utensile per arricchire e costruire la storia diventa la storia stessa. O ancora si può ignorare completamente il problema della lingua (fallendo già prima di cominciare, quindi) e costruire un frenetico, complicato girotondo di avventure e peripezie più o meno simboliche, più o meno emozionati, con i giusti cliffhanger, i picchi di onda sempre più alti e tutti gli altri trucchetti che potete trovare in ogni manuale di scrittura.

Per nostra fortuna McCarthy è in possesso di una capacità di riflessione e di un talento così rari e profondi da permettergli di ignorare e superare facilmente tutti questi rischi e concentrarsi sugli elementi importanti, operando su una semplice concatenazione logica che, partendo da un singolo presupposto, riesce a determinare sia la forma degli avvenimenti che quella della lingua da usare per narrarli.

In una Terra devastata da qualche tipo di accadimento catastrofico, non importa se naturale o artificiale (distinzione che non dovrebbe ormai avere più senso), in una landa ridotta a un deserto di cenere con il cielo perennemente coperto da una coltre della stessa cenere, in una pianura completamente priva di vita fatta eccezione per qualche gruppo di sopravvissuti che si aggirano in cerca di rifiuti o di prede, in un non-luogo stretto in una morsa umida e gelata nel quale diventa difficile distinguere fra notte e giorno e nel quale le poche provviste si assottigliano di giorno in giorno, in un microverso che somiglia molto a una morte entropica in piccola scala, cosa si narra e come lo si narra?

Semplice. Per un autore di tale portata, ovviamente.

Si narra di poco più del nulla e lo si racconta usando poco più di nulla. Pochi, pochissimi quindi gli attori e scarsa l'aderenza alle formule classiche, non abbiamo tanto la figura del protagonista e dell'aiutante quanto una sofferta e intensa staffetta da un protagonista di un mondo ormai morto a un nuovo abitante di un mondo nato morente e con poche probabilità di migliorare. Scarso anche il dialogo fra i personaggi, ridotto a scambi di poche parole. Ridotta quasi a zero la scenografia così come assenti o quasi sono i conflitti, esterni e interni. Scomparse anche le motivazioni. E le emozioni.

Non succede molto lungo La strada, come potrebbe essere altrimenti? Si procede alla cieca, agitati da pallidi sogni che scemano ogni giorno di più, in un universo che si consuma e che tutto consuma, compresa la cartina stradale che il padre consulta febbrilmente in cerca di chissà quale meta. I cannibali e le altre persone incontrate sono figure di poco conto, destinate a svanire lungo il percorso, così come tutto il resto.

E la lingua, qui il salto che trasforma una idea già buona in un romanzo eccezionale, soggiace anch'essa alla morte termica, perde i vocaboli per strada, scompaiono le parole per descrivere colori, animali o situazioni mai avvenute per il bambino o sbiaditi ricordi per il padre: McCarthy strappa intere pagine dal suo Webster, distrugge kilobyte su kilobyte del suo Thesaurus di Word, strappa dalla sua memoria d'uomo interi anni per riuscire a creare una lingua povera nella quale, oltre a molti termini concreti, non esistono nemmeno tanti concetti astratti. Sì, perché nozioni come pace, guerra, amore, amicizia, affetto, rabbia, democrazia, libertà e tanto, tanto altro ancora, per esistere hanno bisogno di una qualche tipo di relazione fra esseri umani che le origini. Quando gli atomi si disperdono sempre più a causa dell'entropia, i legami cedono e con essi le nozioni astratte che tali legami avevano originato; rimangono gusto quelle che possono sopravvivere in una relazione padre-figlio.

Ma lingua povera non significa certo lingua meno potente o meno descrittiva, anzi. McCarthy afferra il lettore scagliandolo in un Cocito di cenere e gelo inspiegabile e inspiegato, accettato come Mondo dai protagonisti che mai parlano della sua origine o delle sue caratteristiche, date per scontate. Con una tavolozza di pochissimi colori l'autore tratteggia un inesorabile inferno in scala di grigi, più dettagliato e realistico di mille altri tentativi di questo tipo. E piazza in mezzo a questo inferno il binomio padre-figlio che diffonde, unica luce a rischiarare un'angoscia lunga poco più di duecento pagine, amore e senso del dovere, affetto, comprensione degli errori e tanti altri piccoli “fuochi” (i due si definiscono, appunto, ignifori) che cercano di contrastare l'ostile homo homini lupus che alza la testa ogni volta che il leviatano cessa di esistere. C'è più amore, calore e rispetto in quei ricorrenti “Ok” che si scambiano i due che in tomi e tomi di narrativa contemporanea in svendita alla Feltrinelli più vicina.

Siamo ben oltre le Wasteland, siamo in un posto nel quale non esistono nemmeno le parole per pensare alle terre desolate, siamo all'interno di una narrazione così angosciata e predestinata che alla fine persino il narratore sembra cedere sotto il peso dell'incubo messo in scena e opta per una chiusura che a me è parsa unico particolare stonato all'interno di quello che altrimenti sarei stato tentato di definire capolavoro. Ma forse è semplicemente il mio essere europeo a spingermi verso altri lidi e destinazioni.

Ci troviamo di fronte, comunque sia, a un libro importante che giunge nel momento giusto, a un rigurgito di moralità e di bontà quanto mai necessarie in un momento i loro contrari sembrano essere la norma ben accetta e idolatrata in letteratura come in vita, a un ritorno all'attenzione per la lingua in un'epoca contrassegnata da troppi autori più bravi a fare i personaggi da intervista o da foto che a pensare seriamente a scelte di stile e contenuto. In arrivo, ovviamente, un film che distruggerà ogni singola pagina del romanzo. Ma è altra storia, storia vecchia.

Approfondimenti:

Discussione in vari commenti su Letteratitudine
Sito personale di Cormac McCarthy

5 commenti:

  1. affascinante.
    no non sono ironico, sono serio per una volta.
    questa decostruzione e smagrimento delle lingua. davvero affascinante.
    grazie.
    ciao.

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  2. Grandissimo libro, grandissimo autore. Io gli autori che poi citi (Lethem, Palahniuk etc) li conosco solo di nome ma non li ho mai letti. Siccome sono idoli di molti, sarei curioso di vederti approfondire questo gruppo di scrittori che, mi sembra da capire, non stimi molto. Spero sia lo spunto per un prossimo post... :)

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  3. Grandissimo romanzo, che si legge senza mai tirare il fiato, sia per il metodo di scrittura (che è tutt'altro facile da usare, molti autori sarebbero implosi dopo poche righe), sia per la mancanza di fatti narrati nella storia, che è plasmata solo di disperazione e insieme speranza.
    Ha anche vinto il Pullitzer per La Strada, no?
    Anch'io ho dubbi sul film, impossibile rendere un romanzo simile, che può vivere solo sulla carta.

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  4. penso che il romanzo sia una vera noia, l'ho letto in inglese, lingua che batte l'italiano per stringatezza e... si, è vero, racconta il nulla ed è scritto bene, un ottimo romanzo sul nulla. C'è di peggio in giro, resta il rammarico per una grande occasione sprecata. Persino quell'opera barocca e gonfiata dell'Ombra dello Scorpione è più avvincente... tutto il tempo pensi: ma perchè il padre non spara al bambino con l'ultimo colpo, tanto lui è già bello che morto?

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  5. Ottima recensione per un ottimo libro, mi trovi d'accordo su tutto.
    Unico appunto: dire che Wallace e Palahinuk non hanno fatto scelte stilistiche di rilievo mi sembra un po' riduttivo, soprattutto per il primo.

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